Accogliere in comunità persone con problemi di dipendenza e vincoli giuridici

Carceri: labirinti interiori ed esteriori dove spazio e tempo sono nemici. Il carcere annienta così come la dipendenza: messi insieme non possono riparare. Dal 1990 le persone tossicodipendenti sono state inscritte dalle leggi nella categoria dei devianti, meritevoli di segregazione. Dal 1990 la popolazione detenuta in Italia, grazie agli inquilini abusivi come tossicodipendenti, uomini e donne mentalmente sofferenti e migranti, è raddoppiata, riempiendo le celle come stie per polli sovrapposti nei letti a castello di cubicoli sempre più opprimenti.

Criminalizzare per stimolare e avviare percorsi di cambiamento è stato un fallimento, di cui si comincia a prendere atto con molta fatica. Un paradosso disperato, capace di giustificare la reclusione solo con il pericolo per la collettività. Come disinnescare una bomba togliendo la sicura. Pur di non ammettere che è meglio accogliere, ascoltare, accompagnare. Meglio per tutti. Accompagnatore, accompagnato, collettività. Quando si determina una frattura nelle relazioni sociali, come comporre la frattura? Come riparare? Per rispondere ci vuole il coraggio dell’accoglienza. Ci vuole l’anima della comunità. Unica risposta possibile, che impone alle comunità del territorio e della cura di ritrovare l’anima ogni giorno. E di costruire insieme percorsi di libertà e responsabilità. Perché la nostra accoglienza rifiuta l’essere schiavi. È apertura, fatica, gioia. Provando a renderci tutti un po’ più liberi e un po’ più responsabili.

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